Franco Cenci

Ex Camera

 

Inaugura mercoledì 16 Ottobre 2019 alle ore 18.30, presso gli spazi di 28 Piazza di Pietra Fine Art Gallery, la mostra Ex Camera di Franco Cenci, con la cura di Michela Becchis.

 

Ex camera nasce come progetto nel 2013. Prende spunto dalla volontà di ritrovare qualcosa che nella realtà si è perduto, ma che è ancora vivo nella mente e nel cuore. La prima camera che si chiede agli intervistati di ricostruire (attraverso il loro racconto) è un luogo intimo, ridisegnato dalla memoria, una memoria che pulisce e leviga la quotidianità come un osso di seppia. Gli interni, i dettagli architettonici e decorativi diventano specchio dell’anima di chi li narra, sospesi tra bozzetto socio-culturale e mitica ricreazione.    

 

camera-helia
camera-manuel
campo-angelo
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ricamo-fausto
soldatini-fausto
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Le interviste

La prima operazione è consistita nel raccogliere – attraverso una serie di interviste - i ricordi di amici e conoscenti, un campione eterogeneo che spazia tra classi sociali, professioni e generazioni diverse. Le interviste individuano oggetti, giochi, mobili e decori, colori e fantasie, che hanno costellato e determinato l’aspetto della propria stanza.

Vi sono anche le stanze di alcuni personaggi letterari: prendono così vita interni e particolari suggeriti dalle parole del romanziere, ma mai visualizzati se non nella mente di ogni lettore.

I bozzetti

L’operazione successiva consiste nel ricostruire, partendo dai ricordi, ogni singola camera su un supporto piano. Il materiale scelto è la pasta legno.  I mobili e gli oggetti a volte sono in lieve aggetto, la pianta si arricchisce di una tridimensionalità appena accennata. E’ come se qualcosa di quei pensieri si facesse corpo, acquistasse un volume, affiorando nel presente, tornando indietro da un tempo congelato dentro di noi.

Gioco feticcio

Uno degli elementi che si chiede di ricordare è un oggetto feticcio o un gioco che era rituale nell’infanzia. Questo viene ripresentato imitandone l’originaria forma. Nascono da qui i soldatini, cowboy e pellerossa di Fausto, il faretto-barattolo di Citrosodina di Armando, il triciclo di Stefano.

Tecniche

Le tecniche utilizzate spaziano dal collage agli stencils fino alla narrazione in brevi testi per la raccolta delle “storie”.

Allestimento

Alle pareti ci sono 6 collage su pasta legno, delle dimensioni cm 72x103 rappresentanti le camere e in un’altra parete  collages di piccole e varie dimensioni  che rappresentano I giochi dell’infanzia degli intervistati. Nel piano sottostante è ricostruita la camera di Gloria, sopravvissuta al disastro di Chernobyl, con mobili dalla strutture esili e specchi che riflettono misteriose presenze 


 

Franco Cenci cammina in uno spazio che genera inquietudine. Ma non si pensi solo all’accezione negativa di quel termine, al disagio, all’ansia, all’affanno. Lui osserva da uno spazio altrui in cui tutti di tanto in tanto si entra per riorientarsi, riposizionarsi, osservarsi, ricordarsi cioè ricordare se stessi. Questa mostra delimita uno spazio preciso, in una certa misura invariante in cui le cui uniche modifiche sono le persone che entrano e escono, avvicendandosi nel tempo. Non si sta parlando di uno spazio metaforico, mentale, addirittura metafisico. È uno spazio reale, vero, praticabile, che in molte e molti si è avuto la fortuna di possedere, soli o in coabitazione. Quello spazio è la nostra camera di bambini, spesso chiamata cameretta dai “grandi”, forse anche da noi “piccoli”. Crescendo, quel nome è rimasto appiccicato a quello spazio affinché venisse depotenziato il suo carico mutevole, spiazzante, irritante, sempre stravolgente. In quel luogo si costruisce se stessi, si impara a pensare, dissimulare, far fronte alle proprie sofferenze, riflettere, emozionarsi. Crescendo  diventa zona off limit come la parte più vulnerabile e tenera del nostro Io.

Franco Cenci entra, si siede e ascolta e poi racconta quelle storie di chi lo ha fatto entrare, accoglie come doni pezzetti di memoria e piccoli oggetti che a lui vengono affidati nella convinzione che una sorta di libro illustrato genererà meno nostalgie, malinconie, maldestri rimpianti. E lì inciamperemo, perché vedremo l’infanzia anziché ascoltarne  il nostro racconto e vederla sarà illuminante, forse addirittura fulminante. Perché Cenci ritaglia, assembla, plasma oggetti già modificati dalla memoria in un modo che ricorda la retorica classica: lascia con rispetto la narratio al suo interlocutore e lui si fa carico della dispositio, ordina cioè, affinché diventino comprensibili, visibili, i pensieri. Ma l’arte è destinata a fare di più e Cenci lo sa perché, ascoltando come si ricostruisce nella memoria il mobilio caro e detestato, i giochi più cari e poi smarriti, gli oggetti costruiti come se fossero risolutivi del peso del mondo, alla fine a lui spetta una sensibile inventio. Delicate silhouettes, piccoli aggetti, fotografie appena riconoscibili che da storie individuali piano piano diventano un collettivo romanzo di formazione. La domanda “Ma io, io ho detto questo? Ho ricordato questo?” insieme all’interrogativo se la nostra storia personale sia troppo o troppo poco importante è inserita dentro un fluire che è sempre visivo, anche quando si guardano parole e che si fa storia di tutti e di ciascuno sia che ci si chiami Gregor oppure Fausto, Helia, Angelo, Gloria. Su quel piano quasi bidimensionale ricostruito da Franco Cenci, tutti recuperiamo il diritto a essere infans, sollevati dal dover parlare perché è lui a costruire per quelle bambine e quei bambini, veri o letterari, una sorta di immagini eidetiche nitide e delicate, particolareggiate e sfumate al tempo.

Nel suo abbozzo di autobiografia, Virginia Woolf descrive l’infanzia vista dalla maturità come una specie di acino d’uva. Per la scrittrice in quell’età si è dentro una sorta di succo da cui si guarda alla vita come protetti da una sottile e luminosa membrana che non è quella offerta da chi è intorno al bambino, ma da se stessi, o meglio, dall’infanzia stessa quand’anche poco gioiosa o addirittura tragica. Il racconto dell’infanzia, di momenti di essa diventa l’osservazione dello stato liquido dell’esistenza, del dissolversi e del rifondersi di gocce. Rendere solidamente narrabile questo fluire, cercare la giusta densità che lega ogni istante e ogni oggetto a quello successivo, dando all’insieme una coerenza, un disegno in cui sia possibile riconoscersi, è impresa difficilissima perché «È questo che è indescrivibile, è questo che rende ogni immagine troppo statica, perché non appena si scrive ‘era così’, le cose già sono passate, e divenute altre. [...] Questo dimostra come nel mio abbozzo, tra le innumerevoli cose che ho tralasciato, manchino proprio le più importanti: quegli istinti, affetti, passioni, attaccamenti – non si possono definire con una sola parola, perché si trasformavano da un mese all’altro – che mi legarono, oserei dire a partire dal mio primo istante di consapevolezza, alle altre persone» Questa impossibilità della parola di essere esaustiva di una stagione incontenibile è detta da una delle più grandi scrittrici della modernità e offre la possibilità di affermare che l’immagine artistica, l’oggetto-arte, sfugge a questa indicibilità. Tra i tenui colori, le figurine delicate, gli object trouvé nella memoria altrui, i piccoli feticci ricomposti di questa mostra, gli affetti, gli istinti, gli attaccamenti emergono senza staticità e si offrono con pudore agli sguardi degli altri.

Allora non ci appaia più un espediente per dare un titolo a una mostra questo trovare Franco Cenci dentro le stanze, ma piuttosto la scommessa di ricomporre vite dentro ciò che chiamiamo arte. D’altra parte Dante nel De Vulgari Eloquentiascrive che il componimento detto stanza è chiamato così perché «dimora capace e ricettacolo di tutta l'arte».

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